Obœdientia et sacrificium

Mons. Carlo Maria Viganò

Obœdientia et sacrificium

Omelia nella Purificazione
della Beatissima Semprevergine Maria

Quia misericordiam volui, et non sacrificium;
et scientiam Dei plus quam holocausta.

Poiché è la misericordia che io voglio e non il sacrificio,
e la conoscenza di Dio, più che gli olocausti.

Os 6, 6; Mt 9, 13 e Mt 12, 7

 

La Santa Chiesa, in questa festa odierna dedicata alla Purificazione della Vergine Maria e alla Presentazione al tempio di Nostro Signore, propone alla nostra meditazione due esempi di obbedienza e di sacrificio, di cui sono modello appunto il divino Redentore e la Sua Santissima Madre. Permettetemi dunque, cari fedeli, di approfondire con voi questi aspetti di grande importanza per la nostra santificazione.

I riti della purificazione delle donne dopo il parto (Lv 12) e della presentazione del primogenito maschio (Es 13, 2; 12-15; Nm 18, 15-16) erano prescritti dall’Antico Testamento, all’epoca ancora in vigore. Sarà infatti con il Sacrificio della Croce che essi decadranno per far posto alla nuova ed eterna Alleanza, sancita nel Sangue dell’Agnello immacolato. Antiquum documentum novo cedat ritui.

Ma di quale purificazione poteva mai aver bisogno Colei che la Santissima Trinità si è degnata di preservare dal peccato originale, in vista dell’Incarnazione del Verbo eterno del Padre? A quale presentazione avrebbe dovuto sottoporSi Dio stesso fatto uomo? Nessuna. Eppure entrambi, Nostro Signore e la Vergine Santissima, vollero dar prova di obbedienza ai precetti della Legge mosaica, così come avverrà il giorno del Battesimo del Signore nelle acque del Giordano. Anche in quel caso il divin Maestro si fa esempio vivente di obbedienza perché noi, che veramente abbiamo bisogno di rinascere nel lavacro purificatore del Sacro Fonte, vedessimo in Lui un modello di umiltà. Lo stesso Sacrificio che Egli compì sul Golgota e anticipò misticamente nell’Ultima Cena segue i rituali ebraici, che di questo erano figura. Nell’interpretazione allegorica o tipologica delle Sacre Scritture che i Santi Padri e il Magistero ci propongono, l’Antico Testamento è anticipazione (τύπος) di quanto il Nuovo Testamento compie (ἀντίτυπον), sicché il primo prepara pedagogicamente (Gal 3, 24) all’Avvento dell’Emmanuele: Vetus in novo patet, novus in vetere latet (S. Agostino) Il vecchio si manifesta nel nuovo, il nuovo è nascosto nel vecchio. Questo aspetto è molto importante, perché ci mostra come la realtà e la storicità dell’Incarnazione e della Redenzione compiute da Nostro Signore si trovassero già provvidenzialmente prefigurate in persone o eventi altrettanto storici dell’Antica Alleanza. In ciò abbiamo una conferma di come tutta la storia della salvezza ruoti attorno a Cristo – omnia per ipsum facta sunt (Gv 1, 3) – e di come in Lui – e solo in Lui – tutto trovi la propria giusta collocazione nel κόσμος divino (Ef 1, 10).

Dobbiamo quindi leggere i precetti dell’Antica Legge come figure di ciò che la Nuova Legge realizza in Cristo. L’obbedienza del Signore e della Sua Santissima Madre a quei precetti rituali dà loro un senso che altrimenti non avrebbero, perché quelli sono appunto come un raggio che appare da dietro le nuvole, mentre questi rappresentano la luce del sole in tutto il suo abbagliante splendore. Simeone e Anna sono a loro volta figure di Adamo e Eva, che riconoscono la restaurazione da parte del nuovo Adamo e della nuova Eva dell’ordine divino infranto dai Progenitori.

L’obbedienza è il mezzo tramite il quale possiamo predisporci al sacrificio come via regia della nostra santità. La sequela Christi consiste infatti nel seguire il Signore sulla Croce per poi con Lui trionfare nella gloria eterna del Cielo. È questa l’obbedienza di Nostro Signore e di Sua Madre: obbedienza a un destino di patimenti che non sono senza senso, ma che al contrario costituiscono quella militia christiana che ci unisce alla Passione di Cristo, che ci fa partecipi come membra vive del Corpo Mistico delle sofferenze redentrici del suo Capo e delle sofferenze corredentrici della Vergine Santissima. Obbedienza e sacrificio sono allora signum cui contradicetur (Lc 2, 34), un segno di contraddizione che costituisce il discrimen tra i figli di Dio e i figli del mondo. E anche a te – dice Simeone alla Madre del Signore – una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori (ibid., 36). Anche a te: con queste parole il vegliardo riconosce il ruolo di Corredentrice della Regina Crucis, che in virtù della co-passione diviene anche Mediatrice di tutte le Grazie, tesoriera dei meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, amministratrice della divina Misericordia.

Nunc dimittis servum tuum, Domine. Ora, o Signore, tu puoi lasciare andare il tuo servo. Nel Cantico di Simeone – la Chiesa ripete quotidianamente nell’ufficio di Compieta – ritroviamo quella gioia serena e fiduciosa di chi, dopo una vita di attesa, vede compiersi la promessa divina di non vedere la morte prima di aver tenuto il Messia promesso tra le proprie braccia: Responsum acceperat a Spiritu Sancto, non visurum se mortem, nisi prius videret Christum Domini (Lc 2, 26).

Facciamo nostra la fiducia del Profeta Simeone nella parola del Signore, che è verbo di verità. Anche a noi è stato concesso di non vedere la morte senza prima aver conosciuto il Redentore, senza averLo potuto accogliere nel nostro cuore nel Sacramento dell’Altare, senza averLo abbracciato nel Sacrificio eucaristico. Ma anche a noi, che seguiamo le prescrizioni della nuova ed eterna Alleanza, è chiesto di presentarci al tempio; di offrirci, di immolarci, di sacrificarci. Di lasciarci trapassare l’anima da quella spada che con la sofferenza taglia i legami con il mondo, con le concupiscenze della carne, con i rispetti umani, per configurarci a Cristo nuovo Adamo e a Maria nuova Eva.

Ecce positus est hic in ruinam et in resurrectionem multorum in Israël (ibid., 34). Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele: una caduta che si compie nel rendersi ciechi alla Luce per la rivelazione alle genti, nel non piegare il ginocchio a Colui che rappresenta la gloria del Suo popolo Israele (ibid., 32). Una resurrezione che corona la Fede viva e animata dalla Carità di quanti, come Simeone, hanno saputo attendere la salvezza preparata dinanzi a tutti i popoli (ibid., 31). Perché a quanti hanno accolto questa Luce è stata data la potestà di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1, 12-13). Rendiamoci dunque degni di questa eredità: Dominus pars hereditatis meæ et calicis mei: tu es qui restitues hereditatem meam mihi (Sal 16, 5). Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: tu sei Colui che mi ricostituisce erede della mia eredità. E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

2 Febbraio 2026
In Purificatione B.M.V.

Archivio